Il termine “criogenesi” induce a un’idea sbagliata. Fa pensare al congelamento, a un corpo trasformato in ghiaccio come una bistecca in un congelatore. Ma l’obiettivo reale è più strano e più delicato di così, ed è descritto meglio da una frase che suona quasi come una contraddizione: conservazione senza congelamento. Il trucco che lo rende possibile è la vetrificazione, e questa è la versione breve e d’insieme di cosa sia, cosa ti offre e, cosa altrettanto importante, cosa non fa.

Trasformare un corpo in vetro
La vetrificazione è il processo con cui un liquido passa allo stato solido senza mai formare cristalli. La parola deriva dal latino *vitrum*, che significa “vetro”, e il vetro è proprio l’immagine mentale giusta. Quando raffreddi la maggior parte dei liquidi, questi cristallizzano; se li raffreddi nel modo giusto, con le giuste condizioni chimiche, invece diventano semplicemente sempre più viscosi finché non si solidificano in un solido rigido e disordinato. Non si formano cristalli. Le molecole rimangono disposte quasi esattamente come quando erano allo stato liquido, solo che non si muovono più.
Nella crioconservazione, è proprio questa la differenza tra un cervello distrutto e uno intatto. L’acqua contenuta nelle cellule del corpo viene in gran parte sostituita con agenti crioprotettivi, e il tessuto viene raffreddato fino a superare la temperatura di transizione vetrosa, che si aggira tra i -120 °C e i -135 °C, per poi solidificarsi. Il risultato non è un corpo congelato. Si tratta di un “vetro biologico” e, in quello stato, il processo di decomposizione si è di fatto arrestato.
Cosa si ottiene con la vetrificazione
Se eseguita correttamente, la vetrificazione permette di ottenere quattro risultati contemporaneamente:
- Impedisce la formazione di cristalli di ghiaccio, quindi non si verifica mai la frantumazione meccanica causata dal congelamento.
- Preserva l'architettura cellulare e strutturale del tessuto, soprattutto le connessioni neurali nel cervello.
- Rallenta ogni reazione chimica e biologica fino quasi a fermarla del tutto, bloccando il processo di decomposizione.
- Conserva il modello informativo del tessuto, ovvero quella parte che in realtà codifica l’identità di una persona, in uno stato sufficientemente intatto da permettere a una tecnologia futura di ripararlo e recuperarlo un giorno.
È proprio quest’ultimo punto il motivo per cui vale la pena fare tutto questo, e si ricollega direttamente al concetto di biostasi: se mantieni la struttura, mantieni la persona, anche al di là di un divario che nessuna tecnologia attuale è in grado di superare.
Cosa non fa la vitrificazione
Qui l’onestà conta più dell’entusiasmo. La vitrificazione non riporta in vita. Non inverte l’invecchiamento né cura la malattia che ha causato la morte. Di per sé, non garantisce che qualcuno possa mai essere riportato in vita. Tutto quello che fa, e questo è già tanto, è preservare il corpo di una persona abbastanza bene da lasciare aperta la possibilità di un risveglio, invece di chiuderla per sempre con la sepoltura o la cremazione. È un ponte verso un futuro che potrebbe o meno riuscire a portare a termine il lavoro, ed è per questo che siamo altrettanto chiari sul fatto che al momento il risveglio non è possibile.
Tutto ciò che viene dopo dipende dal fatto che questo singolo passaggio venga eseguito correttamente. Se si permettesse ai danni da congelamento di distruggere la struttura del cervello nelle prime ore, nessuna medicina futura potrebbe ricostruire ciò che è andato perduto, perché le informazioni stesse sarebbero andate perdute. La vitrificazione è la differenza tra preservare una persona e limitarsi a conservare i suoi resti. Ecco perché è al centro del modo in cui viene effettivamente eseguita la crioconservazione moderna.
La crioconservazione non si basa sul congelamento. Si basa sul non congelare, sul trasformare il tessuto in un vetro stabile, in modo che la struttura di una persona possa attendere, intatta, per tutto il tempo necessario.
