Procedure moderne di crioconservazione

Procedura chirurgica (perfusione e crioprotezione)

L'intervento chirurgico alla base della crionica: inserire i cateteri nei vasi principali, drenare il sangue e far circolare il crioprotettore in tutto il corpo a fasi graduali, in modo che i tessuti si trasformino in vetro invece che in ghiaccio.

La crionica ha esattamente un problema chimico irreversibile da risolvere, ed è proprio in questa fase che viene risolto. L’acqua del paziente deve essere sostituita con un antigelo medico, in modo uniforme, prima che il corpo venga raffreddato, perché l’acqua che rimane si congela formando cristalli, e i cristalli distruggono proprio le strutture che stiamo cercando di preservare. La squadra di primo intervento ha guadagnato tempo. La fase chirurgica è quella in cui quel tempo viene impiegato per ottenere l’unica cosa che rende la conservazione a lungo termine degna di essere perseguita: un corpo che possa trasformarsi in vetro invece che in ghiaccio.

Si tratta di un vero e proprio intervento chirurgico con un vero e proprio sistema di tubature, eseguito in un’unità mobile specializzata attrezzata per la perfusione crioprotettiva. Vale la pena analizzarlo nel dettaglio, perché è proprio nei dettagli che sta la qualità della conservazione.

Tubo di perfusione medica collegato a una forma arrotondata che ricorda un cuore, con un fluido che scorre dolcemente, a rappresentare il crioprotettore che sostituisce l'acqua corporea.
La perfusione sostituisce l'acqua presente nel corpo con un crioprotettore, in modo che i tessuti si vetrifichino invece di congelarsi.

Vetro, non ghiaccio: a cosa serve davvero l'intervento

L'intera procedura serve proprio a rendere possibile la vitrificazione. Il congelamento normale forma del ghiaccio, e il ghiaccio si espande e lacerando le membrane cellulari. Il modo per ovviare a questo problema è perfondere il corpo con agenti crioprotettivi (CPA) che sostituiscono gran parte dell’acqua presente nell’organismo, in modo che quando il tessuto viene raffreddato si solidifichi in una sostanza vetrosa senza alcun cristallo. Questa è la differenza tra preservare una struttura e distruggerla, ed è anche il motivo per cui questa fase è distinta dalla fissazione chimica: l’obiettivo è un paziente vitrificabile, non uno congelato chimicamente.

Premessa: dare un’occhiata all’orologio che la prima squadra si è lasciata alle spalle

Prima che qualcuno pratichi un’incisione, l’équipe chirurgica esamina il referto del primo intervento: l’ora del decesso legale, il profilo di raffreddamento, la cronologia della stabilizzazione e quanto tempo il paziente sia già stato esposto all’ischemia. Quella documentazione non è burocrazia; dice all’équipe con cosa hanno a che fare e quanto aggressiva debba essere la perfusione. La temperatura del paziente dovrebbe già rientrare nell’intervallo previsto dal protocollo, essendo stata raffreddata intensamente durante il primo intervento e la stabilizzazione, e l’accesso vascolare è già pronto.

La procedura, passo dopo passo

La perfusione in sé è una sequenza controllata e monitorata, non una singola iniezione di liquido:

  • Cannulazione. Si selezionano e si accedono ai vasi principali, quindi si crea un circuito di perfusione chiuso con monitoraggio del flusso e della pressione e raccolta dei rifiuti. Chiuso, perché bisogna tenere d’occhio ogni variabile.
  • Lavaggio iniziale. Il sangue viene sostituito con un perfusato di base. Questo elimina i coaguli, lava via i prodotti di scarto metabolici e stabilizza il volume dei liquidi, così il corpo è come una tela pulita prima che venga iniettato l’antigelo.
  • Rampa del crioprotettore. Il CPA viene introdotto in modo graduale, aumentando la concentrazione passo dopo passo anziché tutta in una volta. Questa è la parte più delicata: se la concentrazione sale troppo in fretta, le cellule subiscono uno shock osmotico, perché l’acqua viene loro sottratta troppo rapidamente. Di solito, la temperatura di perfusione viene abbassata gradualmente in parallelo, perché i CPA sono leggermente tossici e la loro tossicità diminuisce man mano che il tessuto si raffredda.
  • Monitoraggio della temperatura e del flusso. Durante tutto il processo, il team mantiene le portate e le pressioni target in base alle dimensioni e alle condizioni dei vasi, controllando che il raffreddamento sia uniforme, che la concentrazione di CPA all’uscita aumenti fino a eguagliare quella all’entrata e che non ci siano variazioni nella resistenza vascolare che possano segnalare problemi.
  • Fase finale. La perfusione si interrompe quando l’effluente indica che una quantità sufficiente di CPA ha saturato il tessuto e che il sistema vascolare ha raggiunto l’equilibrio. I punti di accesso vengono sigillati e il paziente viene preparato per il raffreddamento controllato.

Dove si può andare storto, sinceramente

Calibrazione piuttosto che rassicurazione: questa fase va bene, non è perfetta, e vale la pena menzionare le modalità di fallimento. La tossicità del CPA aumenta con la temperatura, ed è proprio per questo che la perfusione viene effettuata a freddo, accettando una certa tossicità come prezzo da pagare per evitare la formazione di ghiaccio. L’integrità vascolare è l’altro vincolo che pesa: la perfusione può raggiungere solo i tessuti a cui i vasi sanguigni riescono a trasportarla, quindi qualsiasi zona che il circuito non riesca a rifornire, a causa di coaguli, danni o ischemia pregressa, rimane sottoperfusa ed è proprio lì che in seguito si manifestano i danni da ghiaccio. Questa è una delle sfide tecniche centrali per una conservazione di alta qualità, e il monitoraggio in tempo reale serve proprio a individuare le irregolarità finché è ancora possibile correggerle.

La versione onesta della scommessa è questa: la perfusione non sarà perfettamente uniforme e il crioprotettore non è del tutto innocuo, ma la scommessa è che il danno non comprometta le informazioni contenute nella struttura cerebrale, anche laddove sollecita il tessuto, e che una futura riparazione possa partire da una struttura preservata. È lo stesso ragionamento basato sul valore atteso che sta alla base della biostasi nel suo complesso, applicato a un tavolo operatorio.

Il risultato

Al termine della procedura, i tessuti del paziente, soprattutto quelli neurali, sono saturi di una soluzione adatta alla vitrificazione, la sostituzione dei fluidi è completa e il paziente è pronto per il raffreddamento controllato fino alla temperatura di conservazione. Da qui il percorso prosegue verso la struttura di conservazione a lungo termine, dove il vetro ottenuto grazie a questo intervento viene mantenuto stabile, in linea di principio, a tempo indeterminato.

Questo intervento è il momento in cui il corpo smette di essere qualcosa destinato a marcire e diventa qualcosa che può trasformarsi in vetro; tutto ciò che viene prima è preparazione e tutto ciò che viene dopo è pazienza.

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