L'amore per la vita e la curiosità

Sulla vita, la morte e il futuro

Desiderare di vivere più a lungo non significa pretendere l’immortalità. A volte significa semplicemente pensare che una vita degna di essere vissuta dovrebbe poter continuare finché si ha ancora qualcosa da fare.

C’è una strana asimmetria nel modo in cui parliamo della morte.

Chi la accetta viene considerato saggio. Chi desidera più vita deve invece giustificarsi.

Ma se la vita è davvero un bene, non c’è nulla di strano nel desiderare che duri più a lungo.

Il difficile è capire quali aspettative siano giustificate e quanto siamo disposti a spendere e a rischiare per realizzarle.

Vorresti dieci anni di vita in più, in salute?

Supponi che la medicina possa offrire dieci anni in più di vita sana.

Non dieci anni di dolore. Dieci anni in cui pensare con lucidità, muoversi liberamente, amare le persone care e fare progetti.

La maggior parte delle obiezioni al «vivere per sempre» perde improvvisamente forza.

Non serve una risposta sull’eternità. Bisogna chiedersi se una vita soddisfacente resti tale anche quando dura più a lungo.

Ora immagina un periodo ancora più lungo.

A che punto vivere ancora più a lungo in buona salute diventa discutibile, e perché proprio a quel punto?

La domanda mostra che spesso confondiamo la durata della vita con la sua qualità. Una vita lunga ma piena di sofferenza può essere indesiderabile. Questo non significa che sia indesiderabile anche una vita lunga e soddisfacente.

Desiderare di vivere più a lungo, purché ne valga la pena, non equivale a chiedere l’immortalità.

L’immortalità può sembrare una condanna a vivere per sempre, senza possibilità di scelta.

È difficile valutare uno scenario così lontano dalle scelte che la medicina potrebbe concretamente offrirci.

La biostasi ha un obiettivo più limitato e un esito molto più incerto.

Mira a conservare il corpo dopo la dichiarazione di morte, nella speranza che in futuro la medicina possa intervenire.

Nessuna vita eterna è garantita. Nessun anno in più è garantito.

Una persona riportata in vita potrebbe in seguito decidere che proseguire le cure non sia più nel proprio interesse. Volere oggi questa possibilità non annulla la libertà di scelta futura.

Basta dire: «Vorrei vivere più a lungo, purché ne valga la pena». Non occorre farne una professione di fede nella vita eterna.

Naturale non significa buono

La morte è naturale. Lo sono anche le infezioni, le ferite e la perdita progressiva della vista.

Interveniamo perché il fatto che un processo sia naturale non lo rende di per sé un bene.

Questo non dimostra che ogni intervento sia utile.

Un trattamento deve comunque avere prove di efficacia, richiedere il consenso informato e avere costi giustificati dai benefici attesi. Nel caso della crioconservazione, restano forti incertezze su questi aspetti.

Ma dire che «la morte è naturale» non basta a giustificare la scelta di accettarla.

Ci dice cosa succede di solito.

Non ci dice se sia opportuno mantenere aperta una possibilità di intervento, qualora la tecnologia consentisse di modificare quello che oggi appare un esito inevitabile.

Resta però una differenza pratica tra le diverse scelte possibili dopo la morte.

Sepoltura e cremazione rispondono a esigenze pratiche, affettive e culturali. Tra queste non rientra la conservazione delle informazioni biologiche necessarie per un eventuale intervento medico futuro.

La crioconservazione ha invece proprio questo obiettivo.

Resta da capire se la crioconservazione preservi abbastanza informazioni e se siano quelle necessarie. Resta da capire anche se la medicina del futuro potrà utilizzarle.

Questa scelta determina comunque quali materiali biologici resteranno disponibili per un eventuale intervento futuro.

È quello che si chiama valore d’opzione.

Il valore d’opzione non indica una probabilità di successo implicita. È il valore di evitare una decisione che in seguito non si potrebbe più annullare.

Le basi fisiche di questo ragionamento sono approfondite in Il concetto di morte nella biostasi.

Anche una bassa probabilità di successo può avere un peso nella decisione. Una probabilità inventata non può orientare la decisione.

A volte si sostiene che anche una probabilità di successo dell’uno per cento basterebbe a giustificare il ricorso alla biostasi.

Forse è vero.

Ma non ci sono basi per attribuire alla biostasi quella probabilità dell’uno per cento.

Non esistono dati sul ritorno in vita di persone sottoposte a crioconservazione. L’efficacia di diverse tecnologie necessarie non è ancora stata dimostrata, e non possiamo sapere in anticipo se le organizzazioni coinvolte resteranno affidabili per secoli.

Per questo il documento di consenso informato di Tomorrow.bio non indica né una probabilità di successo né i tempi di un eventuale ritorno in vita.

Ragionare in condizioni di incertezza resta possibile. Le conclusioni, però, sono meno nette.

Bisogna chiedersi quali conseguenze avrebbe un fallimento, quanto costi oggi il tentativo, quali ipotesi pesino di più e in quali condizioni si cambierebbe decisione.

L’articolo su una piccola probabilità contro nessuna probabilità affronta più direttamente questa scelta.

Caricamento dello strumento interattivo in corso…

La persona riportata in vita saresti ancora tu?

Tornare in vita senza memoria, personalità o capacità di agire autonomamente non corrisponderebbe a ciò che la maggior parte delle persone intende per sopravvivenza.

L’obiettivo non è soltanto ripristinare le funzioni metaboliche.

È preservare l’identità della persona.

Si torna così alle questioni della conservazione del cervello e dell’identità personale. Quali strutture cerebrali conservano le informazioni necessarie a preservare l’identità personale? Oltre quale entità il danno comprometterebbe il recupero di queste informazioni?

Queste domande non hanno ancora una risposta completa.

Sono questioni ben più complesse di quanto lasci immaginare la scena da fumetto di una persona che si risveglia identica a prima in un ospedale avveniristico.

Gli aspetti scientifici e quelli filosofici sono trattati separatamente in memoria, identità e cervello.

In un futuro tecnologicamente straordinario ci si potrebbe comunque sentire soli.

Si immaginano nuove scoperte, più anni in buona salute e realtà mai conosciute.

Bisognerebbe immaginare anche la riabilitazione, il lutto, la dipendenza dagli altri.

Gli amici potrebbero non esserci più. La lingua e la cultura potrebbero essere cambiate. La persona riportata in vita potrebbe ritrovarsi senza beni e faticare a comprendere il mondo che la circonda.

Anche una società futura capace di restituire al corpo le sue funzioni dovrebbe occuparsi del reinserimento delle persone riportate in vita.

Questo non rende indesiderabile il ritorno in vita. Significa però che la possibilità di vivere bene dipenderebbe anche dal sostegno della società.

La domanda diventa dolorosamente concreta in e se mi svegliassi da solo?

Prima viene la vita che hai ora

C’è infine un rischio da considerare.

Una persona può concentrarsi tanto su una possibile vita futura da trascurare quella che sta vivendo.

Le spese per la biostasi non dovrebbero compromettere le cure essenziali, gli impegni verso la famiglia o la possibilità di godersi la vita presente.

Nemmeno l’organizzazione della biostasi dovrebbe richiedere un’attenzione costante.

Una volta presi gli accordi per la biostasi, ci si dovrebbe poter dedicare ad altro, come dopo aver stipulato un’assicurazione. Quando le circostanze cambiano, occorre rivedere gli accordi presi, per poi tornare a dedicarsi alle persone e ai progetti per cui si desidera continuare a vivere.

Altrimenti si finisce per compromettere proprio la vita che si vorrebbe prolungare.

La domanda finale, dunque, non è se tutti debbano desiderare di vivere più a lungo.

Nessuno è obbligato a desiderare una vita più lunga.

Per alcune persone, un altro anno di vita significherebbe soltanto prolungare la sofferenza. Alcune persone considerano la morte parte di una vita compiuta.

Ma per chi vuole ancora pensare, amare, costruire e lasciarsi sorprendere, questo desiderio basta a spiegare perché vorrebbe vivere più a lungo.

La biostasi non può promettere di realizzare questo desiderio.

Possiamo solo chiederci se valga la pena, oggi, cercare di mantenere aperta questa possibilità.

Se la tua risposta è sì, questo non significa che tu tema la fine della vita più di chiunque altro.

Può semplicemente significare che senti di avere ancora qualcosa da vivere.

In sintesi: Desiderare di vivere più a lungo non significa chiedere l’immortalità. Significa credere che valga la pena prolungare una vita a cui si tiene, qualora un giorno la medicina lo rendesse possibile.

Per approfondire