Supponiamo che la resurrezione diventi possibile. Una legittima preoccupazione successiva è se la persona che ritorna sia integra, oppure se torni danneggiata, menomata o in qualche modo non proprio se stessa. È una delle domande più ragionevoli che ci si possa porre, e rispondere onestamente significa avere le idee chiare su quale tipo di danno sia rilevante, cosa dimostrino effettivamente le prove e dove risieda la vera incertezza.
Il concetto fondamentale: la morte secondo la teoria dell’informazione
Partiamo da una distinzione su cui ruota l’intero campo. C’è il danno biologico e c’è la perdita di informazioni, e non sono la stessa cosa. Il pioniere della nanotecnologia Ralph Merkle ha definito questa idea chiave come “morte informatica”: il punto in cui le strutture cerebrali che codificano una persona sono state danneggiate così gravemente da non poter essere recuperate con nessuna tecnologia possibile. Al di sopra di quella soglia, i tessuti possono essere gravemente danneggiati e continuare comunque a conservare le informazioni che ti rendono te stesso, proprio come un libro fradicio è danneggiato ma rimane comunque leggibile. Al di sotto di essa, le informazioni stesse sono andate perdute, e nessuna medicina futura potrà recuperare ciò che il caso ha cancellato.
Questo cambia la prospettiva sulla questione dei difetti. I danni che oscurano la struttura sono, in linea di principio, riparabili da una medicina sufficientemente avanzata. Quelli che distruggono l’informazione, invece, no. L’obiettivo di una buona conservazione è rimanere ben al di sopra della linea dell’informatica, ed è proprio per questo che la corsa contro il degrado cellulare è così importante.
Cosa dicono le ricerche sulla sopravvivenza dei ricordi
La preoccupazione maggiore riguarda la memoria e la personalità, ovvero gli aspetti che renderebbero una persona riportata in vita proprio “se stessa”. Su questo fronte ci sono prove concrete, anche se ancora preliminari. In uno studio del 2015, i vermi C. elegans hanno conservato un ricordo olfattivo appreso dopo essere stati vitrificati e riportati in vita, suggerendo che il processo di congelamento non abbia alterato le basi neurali di quel ricordo. I lavori sul tessuto cerebrale dei mammiferi hanno dimostrato una conservazione senza effetti negativi sulle strutture chiave, e uno studio del 2026 ha riportato il recupero funzionale del tessuto dell’ippocampo dopo la vitrificazione. Niente di tutto questo prova che un essere umano tornerebbe intatto, ma è l’opposto di una prova che la memoria venga necessariamente distrutta.
È utile sapere che la memoria non è conservata in un unico punto fragile. I ricordi sono tracce fisiche distribuite tra l’ippocampo, la neocorteccia e altre regioni, ed è in parte per questo che la struttura è più robusta di quanto lo sarebbe un singolo punto di cedimento. Una persona rianimata potrebbe comunque sperimentare qualcosa di simile a una temporanea “confusione mentale”, proprio come alcuni sopravvissuti all’arresto cardiaco hanno disturbi della memoria a breve termine a causa di un periodo di carenza di ossigeno, senza che ciò significhi che il proprio io fondamentale sia andato perduto.
La reversibilità è meno fantascienza di quanto possa sembrare
Due recenti esperimenti hanno messo in discussione l’intuizione secondo cui “morto è morto”. Il progetto BrainEx dell’Università di Yale (2019) ha ripristinato parte dell’attività cellulare e metabolica nel cervello di maiali ore dopo la morte, senza però che tornassero in coscienza. OrganEx (2022) ha ripristinato la funzione cellulare negli organi di maiali un’ora dopo l’arresto cardiaco. I ricercatori hanno descritto un «potenziale sottovalutato di recupero cellulare dopo un’ischemia a temperatura corporea prolungata». Nessuno dei due casi è un vero e proprio risveglio, e nessuno dei due ha comportato la crioconservazione, ma entrambi mettono in discussione l’idea che il danno causato dalla morte sia istantaneamente e totalmente irreversibile. La finestra temporale è più ampia, e il danno più recuperabile, di quanto i libri di testo abbiano a lungo supposto.
Il bilancio onesto
Allora, è possibile rianimare i pazienti senza che subiscano danni? La risposta sincera si articola in tre parti. Primo, nessuno lo sa, perché la rianimazione non è ancora possibile e non può essere testata. Secondo, la domanda rilevante non è “c’è stato un danno?”, ma “l’informazione è stata preservata?”, e migliore è la conservazione, maggiore è la certezza che sia stato così. Terzo, qualsiasi tecnologia di rianimazione plausibile e abbastanza potente da riscaldare e riparare un corpo sarebbe, quasi per definizione, anche in grado di riparare quei tipi di danni che non comportano una perdita di informazioni. I difetti di cui preoccuparsi sono quelli che superano la soglia dell’informatica, e l’intera procedura è pensata proprio per rimanere al di qua di quella soglia.
La domanda non è se un cervello conservato sia danneggiato, ma se le informazioni che ti definiscono siano sopravvissute. I danni al di sopra di quella linea sono un problema da risolvere in futuro. Quelli al di sotto sono gli unici che non si possono davvero annullare, ed evitarli è proprio il motivo per cui bisogna fare bene questo lavoro.
